Di Alessandro Torcoli

Le università insegnano come muoversi nel settore del lusso, specialmente moda, ma anche design, orologeria, automobili. Il vino, da qualche tempo a questa parte, non è da meno, con un suo segmento luxury di tutto rispetto, che spunta quotazioni stellari alle aste, come i 558.000 dollari battuti da Sotheby’s a New York per una bottiglia di Romanée-Conti del 1945. Senza toccare queste punte eccezionali, tutti i Paesi produttori ormai annoverano tra i propri vini di pregio molte etichette ormai stabilmente sopra i 100 euro. Anzi, in questo se vogliamo l’Italia, con la sua abbondanza di ottime bottiglie a prezzi accessibili, è forse indietro rispetto ad altri Paesi – non solo Francia, ma anche Spagna e Portogallo – a livello di bottiglie iconiche. Alle aste però stiamo andando bene, con Piemonte, Toscana e Veneto tra le regioni più performanti: Amarone, Barolo e Brunello ormai sono posizionati nell’empireo alla stregua di Borgogna, Bordeaux, Napa Valley.

Il lusso però ha anche un’accezione snob, suggerisce un’esclusione dettata solo dalla disponibilità di denaro e, viceversa, capita spesso che vini molto costosi siano snobbati dagli appassionati. Anche lo snobismo è relativo, infatti, e alcuni sommelier, intesi come sacerdoti di Bacco, esprimono la propria superiorità esibendo conoscenze esoteriche, iniziati a vini che solo loro conoscono. Sono forme di esclusività che non fanno bene al nostro settore, che dovrebbe essere sostanza di piacere e di condivisione. Personalmente, ho trovato molto più esclusivo di Petrus il privilegio di essere accolto in un garage di Mamoiada, in Sardegna, e assaggiare in un bicchierino opacizzato dal tempo il Cannonau di un contadino dalle nocche callose. Non dimenticherò mai lo stupore di fronte a quella qualità nata in condizioni incredibili, come un fiore nel cemento. Di queste scene ho pieni gli occhi ed è il tessuto che sostiene l’entusiasmo che conservo da sempre nel raccontare la gioia del vino.

È pur vero che costa molto (in termini di fatica e denaro) produrre grandi bottiglie, con costanza, da spedire per il mondo così da rendere partecipi molti appassionati. E costa la cura nel raggiungere i massimi risultati, dalla sostanza del prodotto alla bellezza dell’abito che lo riveste. Per questo ha un senso parlare di segmento di alta gamma, o lusso, anche nel vino, perché dobbiamo poter scegliere se indossare cachemire o jeans a seconda delle occasioni, ben consapevoli delle differenze. L’esclusività semmai è culturale, questo sì, è un segno di civiltà: ho visto milionari inorridire al pensiero di spendere più di dieci euro per una bottiglia e operai sognare sorseggiando un Amarone da cento. Questi ultimi ne sanno leggere il libro, che narra di storia, cultura, natura, ingegno. E sanno viaggiare a occhi chiusi seguendo le note speziate del tempo. È una scelta di civiltà, tutto sommato democratica.